Vorrei andare dalla logopedista, ma…

Vorrei andare dalla logopedista, ma magari è solo un periodo”, “ma è ancora piccolo”, “ma ho paura di esagerare”. È una frase che incontro spesso nel racconto delle famiglie che mi contattano per una prima consulenza. Un pensiero che nasce dall’attenzione, dall’amore e dal desiderio di fare la cosa giusta. Quel “ma” spesso non è una resistenza; è una domanda che cerca rassicurazione.

Chi è la logopedista e di cosa si occupa

Può essere di aiuto capire chi sia la logopedista e quale tipo di aiuto offra. La logopedista è una professionista sanitaria, con una formazione universitaria specifica e basata su evidenze scientifiche. Secondo il Profilo Professionale del Logopedista ed il Catalogo Nosologico Foniatrico-Logopedico (Schindler O.), il logopedista è il professionista sanitario che svolge attività di prevenzione, valutazione e trattamento dei disturbi della comunicazione, del linguaggio, della voce, della deglutizione e degli apprendimenti, in età evolutiva, adulta e geriatrica. Questo significa che il nostro lavoro non è “insegnare a parlare”, né correggere il bambino perché non rientra in uno standard, ma prenderci cura del funzionamento comunicativo della persona nel suo insieme, considerando lo sviluppo, il contesto, le relazioni e le emozioni. La logopedia è spesso un lavoro di rete, che coinvolge neuropsichiatri infantili, psicologi, insegnanti, pediatri e, soprattutto, la famiglia.

Aspettare o chiedere una consulenza?

Uno dei principali motivi che frena le famiglie è l’attesa. L’idea che “prima o poi passerà” è comprensibile, perché ogni bambino cresce con i propri tempi e la variabilità dello sviluppo è reale. Lo sviluppo comunicativo-linguistico, infatti, può manifestarsi con tempi, modalità e strategie di apprendimento differenti. Tuttavia, la ricerca scientifica sul linguaggio, sulla balbuzie, sugli apprendimenti ci mostra che esistono campanelli di allarme che non andrebbero sottovalutati. Non è tanto il confronto con gli altri bambini ad essere indicativo, quanto l’assenza di specifiche competenze entro determinate finestre evolutive. L’osservazione precoce non serve a fare diagnosi affrettate o a “incasellare” un bambino, ma a capire se ciò che stiamo osservando rientra nella normale variabilità o se potrebbe beneficiare di un supporto. Aspettare, a volte, significa perdere un’occasione preziosa per intervenire in modo leggero, mirato e preventivo.

È troppo piccolo per una consulenza logopedica?

Un altro pensiero molto diffuso è che il bambino sia “troppo piccolo” per una consulenza logopedica. In realtà, la letteratura scientifica sottolinea l’importanza degli interventi precoci, anche quando non si parla di terapia diretta con il bambino in stanza. Le evidenze scientifiche (Law et al., 2004,2017; Bishop et al.,2017; Druker et al., 2020) ci mostrano come l’identificazione precoce delle difficoltà comunicative consenta interventi di supporto e monitoraggio, riducendo il rischio di problematiche persistenti nel tempo. Nei primi anni di vita, il lavoro logopedico è spesso fatto di osservazione, consulenza e accompagnamento dei genitori: significa offrire strumenti, indicazioni e strategie per sostenere lo sviluppo comunicativo nella quotidianità, rispettando i tempi del bambino e valorizzando le sue competenze. Chiedere una consulenza non vuol dire medicalizzare lo sviluppo, ma prendersene cura con maggiore consapevolezza, offrendo al bambino e alla famiglia un supporto mirato e rispettoso.

La paura dell’etichetta

C’è poi una paura più profonda, spesso difficile da nominare: la paura dell’etichetta. La parola “valutazione” può evocare giudizio, definizioni rigide, percorsi obbligati. In realtà, valutare significa conoscere meglio. Significa osservare come un bambino comunica, come comprende, come si esprime, quali sono i suoi punti di forza e dove incontra maggiori difficoltà. Dare un nome a un funzionamento non definisce il bambino, ma permette agli adulti che lo accompagnano di capirlo meglio e di rispondere ai suoi bisogni in modo più adeguato, riducendo frustrazione e incomprensioni.

Falsi miti sul linguaggio

A tutto questo si aggiungono i falsi miti, che spesso rassicurano solo in apparenza: “non parla perché è pigro”, “perché è bilingue”, “perché è maschio”. La ricerca scientifica è chiara nel dire che il bilinguismo non causa disturbi di linguaggio (Paradis et al. 2011; Thordardottir et al., 2011), che le differenze di genere non spiegano ritardi significativi e che la “pigrizia” non è una categoria clinica (Leonard, 2014; Huttenlocker, 1991). Affidarsi a queste spiegazioni rischia di rimandare una richiesta di aiuto che, invece, potrebbe offrire risposte e strumenti concreti.

La logopedia non è forzare il bambino

C’è anche chi teme che la logopedia significhi forzare il bambino, sottoporlo a richieste eccessive o a percorsi pesanti. In realtà, la logopedia è fatta di gioco, relazione, ascolto e motivazione. Il benessere emotivo del bambino è sempre centrale e ogni intervento si costruisce a partire dai suoi interessi, dalle sue risorse e dal contesto familiare. Non esistono percorsi standard, ma cammini personalizzati, condivisi e continuamente adattati.

Conclusione

Quel “vorrei andare dalla logopedista, ma…” è spesso già un primo passo. È il segnale di uno sguardo attento, di una domanda che merita spazio. A volte non serve decidere subito, né avere tutte le risposte: basta permettersi di chiedere, informarsi, confrontarsi.

Se stai cercando una logopedista che ascolti il bisogno della tua bambina o del tuo bambino, la Dott.ssa Lucrezia Criscuoli sarà felice di accogliere lei/lui e voi genitori.

Bibliografia

Bishop D. V. M. et al. (2017) Phase 2 of CATALISE: A multinational and multidisciplinary Delphi consensus study of problems with language development. Terminology

Castagna L.M., De Cagno A.G., Di Martino M.V. (2010)  Il core competence e il core curriculum del logopedista

Druker K., Mazzucchelli T. G., Hennessey N., & Beilby, J. M. (2020). Evidence-based parent support for preschool children who stutter: A randomized controlled trial.

Huttenlocher, J., Haight W., Bryk A., Seltzer M. & Lyons T. (1991). Early Vocabulary Growth: Relation to Language Input and Gender

Law J., Charlton J., Dockrell J., Gascoigne M., McKean C. & Theakston A. (2017). Early language development: Needs, provision, and intervention for preschool children from socio-economically disadvantaged backgrounds

Law J., Garrett Z. & Nye C. (2004). The efficacy of treatment for children with developmental speech and language delay/disorder: A meta-analysis

Leonard L. B. (2014). Children with Specific Language Impairment (2nd ed.).

Paradis J., Genesee F. & Crago M. (2011). Dual Language Development and Disorders

Profilo Professionale del Logopedista (Decreto del 14 settembre 1994, n. 742)

Schindler O., Catalogo Nosologico Foniatrico-Logopedico

Thordardottir E. (2011). The Role of Input in Bilingual Development

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