Vorrei andare dalla neuropsicomotricista, ma…

“Vorrei andare dal neuropsicomotricista, ma forse è solo una fase.”

È un pensiero che molti genitori conoscono bene. Può nascere osservando un bambino che sembra più impacciato nei movimenti rispetto ai coetanei, che evita alcune attività di gioco, che fatica nelle autonomie quotidiane o che appare poco sicuro nell’esplorazione dell’ambiente. Spesso il dubbio si accompagna a una domanda difficile: è una caratteristica del suo temperamento o un segnale che merita attenzione?

Quando si parla di sviluppo, è importante ricordare che non esiste un unico percorso di crescita. Ogni bambino segue tempi e modalità proprie e la variabilità rappresenta una caratteristica fisiologica dello sviluppo. Tuttavia, riconoscere questa volubilità non significa ignorare i segnali che possono indicare una difficoltà emergente. La letteratura scientifica sottolinea come l’identificazione precoce delle fragilità evolutive permetta di comprendere meglio i bisogni del bambino e di attivare, quando necessario, interventi di supporto efficaci (Guralnick, 2011).

La figura del neuropsicomotricista

In questo contesto si inserisce il lavoro del Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE), una figura sanitaria che si occupa della prevenzione, valutazione e riabilitazione dei disturbi e delle difficoltà che coinvolgono lo sviluppo neuropsicomotorio del bambino. Il suo sguardo non si limita all’acquisizione delle abilità motorie, ma considera il bambino nella sua globalità, osservando il modo in cui utilizza il corpo, gioca, comunica, apprende, si relaziona e partecipa alle attività della vita quotidiana.

Questo aspetto è particolarmente importante perché lo sviluppo motorio non rappresenta un’area separata dalle altre competenze evolutive. Le neuroscienze dello sviluppo mostrano come movimento, cognizione, regolazione emotiva e competenze sociali siano profondamente interconnessi (Adolph & Hoch, 2019). Attraverso il movimento il bambino esplora il mondo, costruisce conoscenze, sviluppa autonomia e sperimenta il senso di efficacia personale. Per questo motivo eventuali difficoltà motorie possono avere ripercussioni che vanno oltre la semplice esecuzione di un gesto.

Negli ultimi anni la ricerca ha evidenziato come alcune difficoltà, se persistenti, possano influenzare significativamente la partecipazione del bambino alle attività quotidiane, scolastiche e sociali. Le linee guida della European Academy for Childhood Disability sottolineano, ad esempio, che le difficoltà di coordinazione motoria non riguardano esclusivamente la performance motoria, ma possono incidere sul benessere psicologico, sull’autostima e sulla qualità della partecipazione alle esperienze quotidiane (Blank et al., 2019).

È proprio il concetto di partecipazione a rappresentare uno degli elementi centrali della moderna visione dello sviluppo infantile. Oggi non ci si chiede soltanto cosa un bambino sia in grado di fare, ma anche quanto riesca a prendere parte alle attività significative della sua vita.

La valutazione neuropsicomotoria: uno spazio di osservazione e confronto

Richiedere una consulenza neuropsicomotoria, non significa necessariamente sospettare la presenza di un disturbo. Significa piuttosto concedersi uno spazio di osservazione e approfondimento. In molti casi la consulenza permette di rassicurare la famiglia e di confermare che il percorso evolutivo procede in modo armonico. In altri casi consente di individuare precocemente alcuni aspetti di vulnerabilità e di fornire strategie utili per sostenere il bambino nel suo sviluppo.

Quando intervenire?

Un’altra convinzione diffusa riguarda l’età: molti genitori pensano che sia opportuno attendere perché il bambino è ancora piccolo. Le evidenze scientifiche suggeriscono invece che i primi anni di vita rappresentano una finestra particolarmente favorevole per l’osservazione e il sostegno dello sviluppo, grazie all’elevata plasticità cerebrale che caratterizza questa fase (Shonkoff & Phillips, 2000). Intervenire precocemente non significa necessariamente avviare un trattamento riabilitativo, ma offrire al bambino e alla famiglia opportunità di supporto che possano valorizzarne le risorse e promuoverne il benessere.

Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere: “È troppo presto per chiedere una consulenza?”, ma piuttosto: “Che cosa potrei comprendere di più del mio bambino attraverso uno sguardo professionale?”.

Perché una consulenza neuropsicomotoria non nasce dalla ricerca di un’etichetta, ma dal desiderio di conoscere meglio il bambino, le sue modalità di funzionamento, i suoi punti di forza e le eventuali difficoltà che incontra nel rapporto con il mondo. E spesso è proprio da questa comprensione che prendono forma gli strumenti più efficaci per accompagnarne la crescita.

Bibliografia

Adolph K.E., Hoch J.E. (2019). Motor Development: Embodied, Embedded, Enculturated, and Enabling.

Blank R., Barnett A.L., Cairney J. et al. (2019). International Clinical Practice Recommendations on the Definition, Diagnosis, Assessment, Intervention, and Psychosocial Aspects of Developmental Coordination Disorder. Developmental Medicine & Child Neurology.

Guralnick M.J. (2011). Why Early Intervention Works: A Systems Perspective. Infants & Young Children.

Shonkoff J.P., Phillips D.A. (2000). From Neurons to Neighborhoods: The Science of Early Childhood Development. National Academy Press.

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