Baby Signs® per il benessere comunicativo di genitore e bambino

Se sei il genitore di un bimbo molto piccolo, è possibile che almeno una volta ti sia capitato di sentirti come Sid o Diego in questa scena dell’Era Glaciale! (clicca sull’immagine)

La scena, seppur divertente, racconta una situazione comune nella quotidianità di genitori e bambini molto piccoli: il bambino comunica continuamente, ma non sempre l’adulto riesce a comprendere il suo messaggio.
Prima delle parole, infatti, il bambino si esprime attraverso il pianto, lo sguardo, i movimenti, le espressioni del viso e i gesti. Tuttavia, non possiede ancora sufficienti competenze motorie e linguistiche per potersi esprimere a parole oppure è nelle prime fasi di questo sviluppo.
È proprio in questo spazio tra intenzione comunicativa e capacità di esprimersi verbalmente che può inserirsi l’approccio Baby Signs.

Cos’è Baby Signs?

Il Programma Baby Signs è un approccio di comunicazione bimodale il cui obiettivo è nutrire le interazioni fra il bambino in età preverbale ed il suo genitore, nonno, sorella, educatrice e chiunque desideri una comunicazione più ricca e partecipativa col piccolo.  L’approccio propone ai genitori l’utilizzo di segni accompagnati sempre dalla parola corrispondente all’interno di scambi comunicativi quotidiani, intimi e motivanti per il bambino ed il genitore.
In questo modo potrai capire meglio i bisogni, interessi, emozioni e commenti del tuo bambino ad un’età in cui lo sviluppo della produzione linguistica non è ancora avviato o si trova nella sua fase iniziale. Non si tratta di forzare una comunicazione da parte del bambino, ma di assecondare la sua naturale intenzionalità comunicativa.

A chi si rivolge l’approccio Baby Signs?

Il programma Baby Signs è pensato per genitori di bambine e bambini molto piccoli, della fascia 0-3 anni.
Avrai sicuramente notato che il tuo bambino comunica già con qualche gesto; infatti, la comunicazione gestuale è naturale per i bambini così piccoli. L’approccio Baby Signs, quindi, non prevede di insegnare dei segni in modo artificiale, ma di assecondare e ampliare in modo naturale e all’interno della relazione un canale comunicativo che il tuo bambino prova già a sperimentare spontaneamente.
Non è un approccio riabilitativo, tuttavia, può essere proposto con efficacia anche a bambini più grandi che desiderano comunicare, ma non possiedono ancora adeguate competenze verbali. Per questo motivo rappresenta una risorsa preziosa anche nel supporto della relazione comunicativa fra bambini a sviluppo neuroatipico ed i loro genitori, educatori, terapisti o altre figure di riferimento. In questo caso, la comunicazione bimodale può essere proposta come canale di Comunicazione Aumentativa. Se sei interessato a questo tema, puoi approfondire con questo articolo introduttivo.

Perché proporre la comunicazione bimodale a tuo figlio?

Come detto, nel loro sviluppo i bambini vivono una fase di comunicazione tramite vocalizzi e gesti che precede la comparsa di parole. Da diversi decenni la letteratura scientifica descrive queste tappe evolutive e ci dimostra che lo sviluppo comunicativo-linguistico è influenzato da fattori biologici, quindi predeterminati, e fattori ambientali, sui quali possiamo agire in quanto genitori, familiari e professionisti.
Il programma Baby Signs offre una modalità di interazione che tu e le figure di riferimento del tuo bambino potete applicare, ottenendo così più benefici, riconosciuti a livello scientifico:

  1. Creare benessere e rafforzare il legame fra il genitore e il bambino che ancora non parla è l’obiettivo principale del programma Baby Signs. I genitori riferiscono che, da quando usano i segni, conoscono meglio il proprio bambino e si sentono ancora più legati a lui (Vallotton, 2005). Il genitore riesce a cogliere più facilmente i bisogni, le emozioni e le intenzioni del bambino, vivendo meno difficoltà comunicative quotidiane. Di conseguenza, si riduce la frustrazione sia del bambino, sia dell’adulto (Valloton, 2011).
  2. Poter esprimere ciò che desidera, aiuta il bambino a sentirsi competente nella comunicazione, aumentando autostima e fiducia in sé. L’uso del segno per comunicare emozioni semplici può porre le basi per favorire una futura comprensione delle emozioni e degli stati interni (Valloton, 2008).
  3. Numerose ricerche mostrano che l’utilizzo dei gesti simbolici può favorire lo sviluppo linguistico. Questo perché l’esposizione ripetuta al gesto simbolico permette al bambino che non parla di accedere e fare proprio un concetto e, col tempo, di esprimere idee che non riesce ancora a verbalizzare.
    Ogni volta che il bambino realizza un segno, il genitore lo traduce in parole, fornendo la parola corrispondente in modo immediato e pertinente (Broaders et al., 2007). Così facendo, facilita ulteriormente l’acquisizione di nuove parole e l’espansione del vocabolario recettivo ed espressivo (Acredolo e Goodwyn, 1988; Olson & Masur, 2015).
    Infatti, i bambini che sono esposti e utilizzano i segni Baby Signs presentano a 15 mesi un vocabolario espressivo pari a bambini non segnanti di 17/18 mesi. Successivamente, a 24 mesi, il loro vocabolario recettivo ed espressivo si colloca nella media per i 28/29 mesi. E sempre a 24 mesi la lunghezza delle loro frasi è maggiore rispetto ai bambini non segnanti (Acredolo, Goodwyn & Brown, 2000a)
  4. Sebbene non sia l’obiettivo principale del programma Baby Signs, ulteriori ricerche rilevano benefici sullo sviluppo attentivo e cognitivo, anche a lungo termine (Moore & Acredolo, 2000a, 2000b). Ad esempio, i bambini che sono esposti e usano i segni riescono più facilmente a condividere l’attenzione con l’adulto su oggetti o eventi di loro interesse.

Come posso sapere di più sull’approccio Baby Signs, sui segni e su come proporli a mio figlio?

Può risultare veramente semplice inserire i segni all’interno delle interazioni quotidiane con tuo/a figlio/a, anche perché i segni sono intuitivi e semplici da realizzare sia per gli adulti, che per i bambini.
Per apprendere i segni, la modalità con cui proporli al tuo bambino e molto altro, ti consiglio di partecipare ad un Workshop Baby Signs. Non si tratta di una lezione frontale, ma di un’esperienza interattiva di circa 3 ore, durante le quali sperimenterai in modo divertente i segni, capirai quando e come presentarli al tuo bambino, sceglierai da quali segni è meglio partire nel caso specifico e unico del tuo bambino. Ti aiuteranno anche i numerosi video ed esempi pratici previsti nel workshop, grazie ai quali avrai modo di vedere la bellezza e l’autenticità della comunicazione bimodale.
Il workshop è rivolto a genitori, nonni, zii, educatori, logopedisti, neuropsicomotricisti, terapisti occupazionali, psicologi, pediatri, bibliotecari, … a chiunque sia curioso di scoprire l’approccio Baby Signs!

Presso lo studio Psicopedagogia Paderno Dugnano propongo workshop sia in presenza, sia online. Se desideri proseguire il viaggio nel mondo Baby Signs, puoi seguire le pagine social dello studio o contattarmi () per maggiori info.

Bibliografia e sitografia

Acredolo L. P. & Goodwyn S. W. (1988) “Symbolic gesturing in normal infants.” Child Development

Acredolo L. P., Goodwyn S. W., Catherine A. Brow (2000a) “Impact of symbolic gesturing on early Language development” Journal of Nonverbal Behavior

Acredolo L. P. & Goodwyn S. W. (2000b) “The longterm impact of symbolic gesturing during infancy on IQ at age 8”. Paper presented at the International Conference of Infant Studies in Brighton, UK

Broaders S. C., Cook S. W., Mitchell Z., Goldin-Meadow S. (2007). “Making children gesture brings out implicit knowledge and leads to learning.” Journal of Experimental Psychology

Olson J. & Masur E. F. (2015). “Mothers’ labeling responses to infants’ gestures predict vocabulary outcomes.” Journal of Child Language

Vallotton C. (2008) “Infants take self-regulation into their own hands” ZERO TO THREE Journal

Valloton C. (2008) “Signs of emotion: what can preverbal children “say” about internal states? Infant Mental Health Journal

Vallotton C. (2011) “Babies open our minds to their minds: How “listening” to infant signs complements and extends our knowledge of infants and their development.” Infant Mental Health Journal

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